Herbert Prohaska ha rilasciato un'intervista a La Gazzetta dello Sport. L'ex giocatore austriaco ha ricordato la sua esperienza alla Roma, breve ma intensa: una sola stagione in giallorosso, che però fu quella dello Scudetto della stagione 1982-83. Ecco le sue parole.
Dopo il Mondiale 82, ecco la Roma. Il Guerin Sportivo titolava "Herr Più" con la sua foto...
"Primo anno con due stranieri, io e Falcao. Era una Roma un po’ brasiliana, perfetta per me. Giocavamo a zona, uno due tocchi, sfruttavamo il fuorigioco. Il segreto, però, era Liedholm, un genio diverso da Bersellini: parlava poco, gli bastava uno sguardo, ci lasciava giorni liberi che oggi sarebbero impensabili. In quel gruppo sono in contatto con Bruno Conti, fratello per la vita: gli ho appena fatto gli auguri per i 70 anni. La festa per lo scudetto è stata talmente incredibile che, a vedere le immagini a distanza di anni, i miei nipoti sono diventati romanisti. Resto austriaco, ma ammetto che al centro-sud si festeggia in modo diverso".
Perché è stata breve la sua vita romana?
"Avrei voluto durasse per sempre, in quale altro posto avrei trovato 15° in inverno? Dopo lo scudetto sembrava che Falcao dovesse andare via e avevano preso Cerezo al suo posto. Poi decise di restare e c’era uno straniero di troppo: il presidente Viola, addolorato, mi disse che avrebbero dovuto vendermi e così tomai all’Austria Vienna. Quel giorno è stato il più brutto della mia carriera: se fossi rimasto, magari oggi la mia famiglia parlerebbe romano e non tedesco".
A proposito di tedesco, che si intende davvero con il suo soprannome “Schneckerl”?
"È un gergo austriaco, in Italia per anni l’avete tradotto letteralmente come “lumachina”: l’associavate alla lentezza, ma io correvo parecchio. Il termine si riferiva, invece, alla pettinatura che portavo da giovane: capelli lunghi e mossi, appunto “schneckerl” in dialetto viennese".